Mostre e Convegni
Rione Esquilino

«...il rione di Roma dove c'è tutto. Anche un po' di New York»

di Gabriele Santoro

«una città nella città»

ilmessaggero.it[...] ha il suo snodo centrale nei portici tardo-ottocenteschi ideati dall’architetto Gaetano Koch. Un quartiere dal grandissimo valore simbolico e dalla forza comunicativa svelata dal milanese Gadda nel “Pasticciaccio brutto di via Merulana”, «in cui la città e l’Esquilino sono scelti per rappresentare la vita nella sua totalità, caotica, zeppa di dialetti, di gerghi, di umori, di emozioni». O più recentemente dal giornalista e scrittore migrante Amara Lakhous nel romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio”.

«Il rione europeo»

[...] Il rione più cosmopolita e multietnico di Roma e almeno in questo ricorda la Grande Mela. Avevo già rilevato come l’eterogeneità sociale, culturale ed etnica, rappresentasse uno dei fattori determinanti alla base della scelta abitativa di molti nuovi residenti». Nelle oltre trecento pagine dense di riferimenti e di spunti di riflessione si respira l’aria delle strade dell’Esquilino: la sensazione di smarrimento e anonimato di fronte all’invasione di negozi cinesi «difficilmente appetibili per un cliente romano», la ricchezza culturale di luoghi come l’associazione Apollo 11 dove è sbocciata la splendida storia dell’Orchestra di Piazza Vittorio, gli odori del mercato, trasferito nel 2001 alle ex caserme Pepe e Sani, impregnati nei marciapiedi e nei ricordi delle persone.

«Rione in bilico»

Federico Scarpelli nel capitolo “La memoria e l’emergenza” affronta le criticità di un rione che si sente ai margini del centro storico, incerto del proprio status urbano, dove «alla triade microcriminalità, senso d’invasione e degrado si sommano altri segni sul territorio, come la mancanza di una vita notturna ristoranti o bar di un certo tipo». Nelle interviste, in questo saggio rivolte ai residenti dell’Esquilino di vecchia data, emerge il disorientamento per gli elementi di disorganizzazione sociale o inciviltà fisiche come «il degrado edilizio, la mancata manutenzione dei luoghi pubblici dei quartieri, la scarsa illuminazione, i rifiuti ai lati delle strade» e sociali «come rumori e comportamenti fisicamente o solo visivamente molesti. la presenza di ubriachi o tossicodipendenti» con cui si convive. Più che la repressione, l’interazione e la riappropriazione civile di spazi pubblici può reagire ed escludere elementi pericolosi. L’autore rievoca «una nuova grande stagione urbana, in cui cittadini e visitatori amano essere sedotti dalle città e chiedono di poterle vivere di più. Anche se è notte, anche se non è il proprio quartiere, e anche se si è donne».

«Il mercato identitario»

La storia del mercato alimentare di Piazza Vittorio non può essere scissa da quella del rione. Christian Micciché nel capitolo “Costruzione e memoria di uno spazio urbano” illustra come «la piazza sebbene ristrutturata, ripavimentata, svuotata dei banchi del mercato e circondata dal traffico appare così ridotta a un luogo di transito e non più punto di ritrovo per la collettività». Le testimonianze dei residenti raccontano questa voragine simbolica, che le diverse amministrazioni nella lenta riqualificazione urbana non hanno saputo colmare: «Il mercato dava un po’ la cifra di questo quartiere – spiega Valerio, prof. di antropologia - Il mercato popolare è proprio una spazio di mobilità, di vita, di espedienti. Questo era il suo fascino». Simonetta ricorda quando «c’era il tranvetto bianco e blu dai colli, ci veniva tutta la povera gente a fare la spesa». Alessandro rimpiange i cocomerai estivi, perché «ci venivano da tutta Roma a mangiare il cocomero. La notte erano sempre aperti e ci davano un senso di sicurezza».